Il cinema francese a volte, ci risulta un po' strano.
Commedie (meno ispirate) e drammoni trattati con una leggerezza e una prova d'autore che risultano dei veri piccoli capolavori, fanno sì che il cinema francese rivesta un ruolo artistico di fondamentale influenza nel panorama cinematografico internazionale.
Da
René Clair a
François Truffaut, da
Jean-Luc Godard a
Claude Chabrol, da
Eric Rohmer a
Robert Bresson, la magia della regia francese resta in questi nomi che hanno segnato una svolta nelle pellicole di tutti i tempi.
Ultimo capostipite di questa magica eredità è
Luc Besson di cui ricordo Nikita, Leon e Il quinto elemento.
Oggi parliamo di un film,
"L'uomo del treno", di un piccolo grande regista parigino: Patrice Leconte.
Regista di un cinema sconcertante per leggerezza e poesia, è passato da modesto intrattenitore da sala a un imperdibile autore di serie A per il suo mix di delicatezza e ambiguità. Patrice Leconte è un maestro dei contrari, da sempre: amore e indifferenza, vita e morte, ascoltatori e parlatori, chi prende il treno e chi li guarda, si alternano in una danza di sequenze che hanno fissato il suo stile con solidità e
sensibilità. Confidenze troppo intime (2004, da non perdere assolutamente), L'amore che non muore e Il mio migliore amico (2006) solo per citare alcuni suoi lavori.
In questo
"L'uomo del treno" (2002), l'ambientazione è una qualsiasi provincia francese. Un uomo scende da un treno mentre un altro uomo, dentro una farmacia, non sembra attendere che quell'arrivo. Il caso li incoraggia e Milan (Johnny Hallyday), disincantato cascatore di circo con l'hobby delle rapine in banca, incrocia e attraversa irrimediabilmente la vita di Manesquier (Jean Rochefort), anziano professore di letteratura francese. Manesquier indossa il chiodo frangiato di Milan e Milan calza le pantofole di lana di Manesquier, immaginando un improbabile ma anelato scambio di identità. Tre giorni per mettere in scena ciascuno l'esistenza dell'altro, tre giorni per scegliere di essere o non essere quell'altro… Parafrasando il pensiero di Manesquier, esistono due tipi di uomini: quelli che i treni li prendono e quelli che i treni li guardano passare, ossia i "giocatori" e i "previdenti".
In questo caso il film non parla di treni ma prende il treno come metafora della vita, luogo di passaggio fisico e dell'anima, tra cultura e natura, tra come ci vogliono e come siamo, e suggerisce allo spettatore i movimenti dei personaggi, gli incroci e le separazioni, anticipando la tragedia umana: la stazione di arrivo.
Da non perdere.
Italo